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Incendi in Valsusa: il dolo, la siccità, le mancanze e la cura quotidiana del territorio

aggiornato con audio e intervista completa

Abbiamo sentito Luca Giunti in collaborazione con “Nunatak, rivista di storie, culture, lotte della montagna”, ponendogli alcune domande sul perché degli incendi che hanno devastato Valsusa e Piemonte.

Prima però, vogliamo dire due cose. Innanzitutto ringraziare tutti coloro che si sono adoperati durante l’emergenza, dimostrando quanto sia importante avere una fitta rete di rapporti tra coloro che vivono sul territorio. Nonostante le difficoltà, e anche il divieto a partecipare che “certuni” cercavano di porre (nulla ci stupisce, ma ce ne ricorderemo), le relazioni create durante tutti questi anni di lotta al Tav dimostrano quanto sia importante avere un rapporto forte col territorio e con le persone, sentire delle responsabilità comuni, partecipare ed agire, non lasciare in mano ad altri il destino delle nostre vite e di quanto ci sta intorno. Anche per tutto questo, grazie ancora.

Secondo, vogliamo dire che non ci interessano i vittimismi e i trionfalismi, le fanfare e la celebrazione di qualche eroismo (“che bravi, ce l’abbiamo fatta”), e neppure la ricerca dei colpevoli, come se si potesse stare tranquilli dando la responsabilità a questo o quel singolo. Ci sono responsabilità politiche, sociali e collettive di quello che è successo. Qui si confrontano modi diversi di intendere la vita non su questo territorio ma su questo pianeta. L’intervista che segue lo spiega bene.

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e qui Nunatak48.estrattoIncendi l’intervista intera.

incendi valsusa

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qui di seguito un riassunto

Cause vicine e cause lontane

La montagna, qui da noi, brucia d’inverno: l’inverno è più secco. Perché quest’anno brucia di più? Perché non piove da mesi. Perché ogni anno che passa piove meno. É il cambio climatico, dove anche l’uomo fa la sua bella parte.

Ma un incendio di queste dimensioni ha anche cause molto lontane: nel bosco si è accumulato uno strato di materiale combustibile enorme, frutto dell’abbandono della montagna. Un territorio che non è più praticato, senza attività di pascolo, di taglio, di manutenzione ordinaria. Cura per le piccole azioni che aggiustano il territorio. Non la manutenzione degli “enti preposti”, ma quella quotidiana delle attività che non ci sono più, perché la montagna è abbandonata.

Riforme, enti di soccorso e spopolamento

Ci sono certo delle conseguenze dovute alle riforme (come la “Madia”) che hanno accorpato la Forestale ai Carabinieri e in generale la tendenza degli ultimi anni a irregimentare i corpi delle organizzazioni civili, tramutandoli in strutture “rigide”, militari o militaresche, “maschili” e fallocratiche, poco adatte alla gestione di eventi locali. Eventi che invece necessitano una grande conoscenza e integrità col territorio. Però l’emergenza, con le sue grandi azioni e grandi mezzi (per due-tre giorni, poi basta) fa alzare il PIL, la prevenzione no. Se noi continuiamo a usare il PIL come unico metro per capire se le cose funzionano allora vivremo continuamente di emergenze.

Cause politiche e sociali

C’è anche la mancanza di mezzi di soccorso (i più vicini sono due e sono a Genova), certo meglio sarebbe avere qualche canadair in più che degli F35, è ovvio, ma un incendio così sarebbe stato comunque difficile da gestire anche nelle migliori condizioni. Il problema è a monte: una volta il territorio era popolato, vissuto, usato. Gli incendi partivano lo stesso ma venivano contenuti subito da centinaia di persone, avevano un raggio ridotto e poco combustibile a disposizione perché il territorio era pulito. Questo spopolamento e abbandono non è la fuga delle popolazioni che devono migrare dall’Africa Centrale per guerre e carestia, ma una decisione politica, sociale, collettiva, di andare dalla montagna alla fabbrica. Forse una scelta al tempo inevitabile, ma poco lungimirante.

Uomo e natura, due diverse visioni

Detto questo, è l’ottica umana e antropocentrica quella che guarda ai danni provocati dall’incendio. Se la guardiamo in un’ottica naturale od evolutiva, tutto questo non conta nulla. Gli incendi in un contesto che fosse naturale sono delle componenti che sfavoriscono alcune specie animali o vegetali ma ne favoriscono delle altre.

E’ chiaro che noi non siamo più in un contesto naturale per cui ci sono delle conseguenze per noi. Per questo non è in ballo il futuro del pianeta o il futuro della vita su questo pianeta, quella continuerà senza di noi. Quello che è in ballo è il futuro della nostra vita su questo pianeta, del nostro modo di starci su questo pianeta. La nostra possibilità di viverci meglio, più sereni, più pacifici. Il pianeta e la vita a noi ci sopravviveranno, anzi noi siamo niente di più che un fastidio, una crosticina, di quelle che vanno grattate via da una ferita.

L’intervista integrale è pubblicata sul numero 48 di Nunatak disponibile da metà mese presso i punti di distribuzione della valle. Ringraziamo Luca per la disponibilità data durante i giorni più duri e impegnativi del contrasto alle fiamme.

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